Nella lettura della Passione di Gesù (Gv 18,1-19,49) non possiamo non identificarci e spesso trovare delle somiglianze con la vita nostra e, sicuramente più forti, con la vita del mondo. Nella Passione leggiamo la vita, leggiamo il tradimento degli amici, la violenza del potere che passa sopra ogni considerazione e ogni persona, la viltà di chi nelle difficoltà si allontanata come i discepoli, la stupidità e la cattiveria di chi dice il falso. Soprattutto in questo tempo in cui la realtà ci sfugge a causa di informazioni non vere, ma diffuse da chi ha la forza e i mezzi per farlo per convincerci che gli innocenti sono colpevoli e che i colpevoli sono benefattori.
La Passione è uno specchio nel quale in ogni caso noi ci riflettiamo. Certo, preferiremmo trovare il nostro riflesso in Maria che resta sotto la croce, in Giovanni che la riceve come madre, in Giuseppe di Arimatea che esce allo scoperto per chiedere il corpo di Gesù. È sicuro che tutti questi personaggi sono presenti in relazione a Gesù che è al centro delle parole e delle azioni di tutti.
Seguiamo le parole di Gesù, dalle prime che si rivolgono a quelli che lo vogliono catturare che funzionano come una barriera alla violenza, un aiuto a pensare: «Chi cercate? Se cercate me lasciate stare gli altri» (cfr. Gv 18,4-9). E a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11). Già all’inizio della passione, Gesù mostra l’irrazionalità della violenza e l’impossibilità di risolvere le questioni in modo violento.
Ancora continua con il sommo sacerdote, mostrando ancora come non ci sia bisogno di quella messa in scena e di quell’interrogatorio (cfr. Gv 18,19-21) e anche al soldato che lo schiaffeggia parla per farlo riflettere sull’insensatezza di colpire invece di capire (cfr, Gv. 18,22-23). Qui c’è la storia delle guerre di sempre, anche quelle di oggi: violenza, sproporzione di reazioni; alla quale Gesù reagisce invitando alla moderazione, alla riflessione, invitando a pensare.
Non rinuncia nemmeno davanti a Pilato a richiamare alla responsabilità delle proprie parole e delle proprie azioni: «Dici questo da te stesso oppure altri ti hanno parlato di me?» (cfr. Gv 18,34). Se questa domanda ci venisse rivolta su molte delle scelte che facciamo, probabilmente ci troveremmo come Pilato, un po’ in difficoltà. Quante scelte e giudizi per sentito dire; quante opinioni che raccogliamo dal pensiero degli altri senza farci un giudizio nostro. La superficialità è un’arma letale, che, come in questo caso, prepara la croce. Forse per questo Gesù in questo momento della passione prova a parlare con tutti e a far ragionare tutti.
Continua con Pilato, dicendogli che non è un nemico per i suoi disegni politici, che non è una minaccia per l’imperatore (cfr. Gv 18,35-36). In una parola i capi di accusa portati dai sommi sacerdoti sono falsi. Gli spiega che la sua missione è quella di mostrare la verità di Dio, verità intesa come fedeltà di Dio all’uomo. Verità che Pilato non comprende e riduce a un enunciato della filosofia (cfr. 18,38).
Da questo momento Gesù non parla più, come se le parole non fossero più sufficienti, come chi non trova parole per fermare la deriva di irrazionalità e violenza. Non parla più come accade a tanti che, di fronte alle distruzioni di case e di vite, non hanno parole. Quando pensiamo a quello che è accaduto a Gaza non abbiamo parole e sinceramente, sentire usare quella tragedia per proprio scopi personali dà l’impressione di trovarsi di fronte a Pilato che gioca con le parole. Non è il silenzio della rassegnazione, è il silenzio di chi è Egli stesso Parola, ogni insulto, ferita, lacrima è parola.
Interromperà il suo silenzio solo per dire parole di amore verso la madre e il discepolo (cfr. Gv 19,25-27) e parole che sono citazione della Scrittura (cfr. Gv 19,28-30), cioè parole di fede. Non può essere diverso per noi, provare a dire tutte le parole, ma poi essere noi stessi parola per poter pronunciare le uniche parole che contano, quelle della fede e quelle dell’amore.









