Pace a voi!
(meditazione su Gv 20,19-31)
In quella sera di porte sbarrate per paura, il Risorto non abbatte i muri, ma li attraversa, portando l’unica arma capace di disarmare l’inferno: “Pace a voi!”. Non è un semplice saluto, ma un soffio di vita nuova che profuma di polvere rinascente.
Oggi, mentre il mondo sussulta sotto i colpi di una “guerra a pezzi”, quel sussurro sembra perdersi tra le macerie. Lo sentiamo invocato tra i campi di grano feriti dell’Ucraina, dove il cielo è rigato dal fumo anziché dalle nuvole, e lo percepiamo come un grido soffocato nelle piazze dell’Iran, dove la dignità cerca il suo respiro contro l’oppressione.
Tommaso siamo noi: abbiamo bisogno di toccare le piaghe per credere che l’amore sia ancora vivo. Eppure, le piaghe di Cristo sanguinano ancora oggi nei corpi dei profughi e dei dimenticati. Dire “Pace a voi!” nel 2026 significa avere il coraggio di spalancare quelle porte serrate dal cinismo e dal terrore, credendo che la luce possa filtrare anche attraverso le crepe di un mondo frammentato.
La pace non è l’assenza di conflitto, ma la presenza di una “speranza” che ha già attraversato la morte. È l’invito a diventare, noi stessi, quel soffio leggero che spegne l’incendio dell’odio, un frammento di luce in mezzo ai detriti della storia.
Franca e Vincenzo Testa,
Eremo di famiglia
«La sera di quel giorno, il primo della settimana,
mentre erano chiuse le porte del luogo
dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei,
venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».
Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.
E i discepoli gioirono al vedere il Signore».
(Gv 20,19-31)
