Giornata di preghiera per la santificazione dei sacerdoti

    Santuario Madonna della Civita • Itri • 11 giugno 2026

    Le parole della prima lettera di Giovanni (4,7-16) ci vengono donate oggi, nel giorno della nostra santificazione, come un autentico programma di vita. È un’esortazione rivolta a tutti i cristiani, ma che per noi sacerdoti assume il carattere di un impegno particolare: «Amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore viene da Dio». Che conosciamo Dio e che gli apparteniamo non lo dimostriamo con ragionamenti raffinati o con solenni proclami, ma semplicemente amandoci. Il nostro cammino verso la santità può essere verificato proprio a partire da questo: se vogliamo bene alle persone che ci sono affidate come fratelli e sorelle; se sappiamo volerci bene tra noi; se l’amore di Dio appare e si manifesta nella nostra vita.

    Il modello dell’amore è Cristo, che ama per primo e ama perché noi abbiamo la vita. Dobbiamo ricordarcelo spesso, soprattutto quando le difficoltà del cammino si fanno più pesanti: la nostra missione è mostrare Dio a persone che non lo conoscono, che forse non riescono neppure a immaginarlo. Siamo chiamati a testimoniare che crediamo in Lui e che ci fidiamo di Lui. E come lo facciamo? Volendoci bene gli uni gli altri. Credo che la testimonianza più bella che possiamo offrire alla nostra fede sia l’esclamazione di chi, guardandoci, riconosce che ci vogliamo bene e che sappiamo amare. Le relazioni sono il luogo concreto in cui testimoniamo la nostra fede e mostriamo se ciò che diciamo di Dio è realmente vero per noi. Lo afferma Giovanni con parole semplicissime: «Dio nessuno lo ha mai visto; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi».

    Soprattutto, la Scrittura ci invita ad amare per primi.

    Nella lettura del Deuteronomio (7,6-11) si comprende bene che cosa significhi amare per primi. Dio sceglie il suo popolo e si lega ad esso non perché sia il più numeroso o il più forte tra i popoli, ma semplicemente perché lo ama. A leggere la sua storia, quel popolo non sembra meritare un amore così grande. Eppure Dio si espone, si mette concretamente a rischio amandolo. Dà quasi l’impressione di non aver calcolato le conseguenze della sua scelta e continuamente viene messo alla prova. Ma Dio continua a rispondere con l’amore. La Torah stessa è espressione di questo amore: è Dio che si abbassa alle possibilità del suo popolo, che accompagna la sua fragilità e ne accoglie i limiti. Amare significa proprio questo. Amarci tra noi significa non aspettare che sia l’altro a fare il primo passo; significa esporsi, rischiare, ridimensionare le proprie aspettative.

    Se questo vale per ogni relazione umana, quanto più deve valere nella relazione tra noi sacerdoti. Amare è cercare sempre una strada. Questo può far soffrire, talvolta può scoraggiare e stancare, ma amare come ama Dio, diventare santi, significa proprio questo. Di una santità così c’è oggi un grande bisogno. Fare il primo passo è ciò che papa Francesco chiede nell’enciclica Fratelli tutti. E anche il sociologo Zygmunt Bauman, analizzando la fragilità delle relazioni nella società liquida, osserva che amare senza la garanzia di un ritorno è uno dei modi più concreti per opporsi a questa deriva.

    Forse noi stessi abbiamo un po’ paura di volerci bene e di mostrare quanto la mancanza di amore da parte di un fratello o di un confratello possa ferirci. Ma questa ferita non tocca soltanto i nostri sentimenti o il nostro amor proprio: ferisce anche la nostra fede e, di conseguenza, la fede di coloro che si aspettano da noi la testimonianza di un amore gratuito.

    Dio ci chiede semplicemente questo: raccontate di me amandovi. Non c’è altra strada. San Tommaso d’Aquino afferma che la strada verso la meta è una sola e che conviene percorrerla, anche zoppicando, accettando il limite di un passo lento. È meglio avanzare con fatica sulla strada giusta che correre e ritrovarsi fuori strada.

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