Nelle letture che abbiamo ascoltato sono descritti il monte e il mare. Nella prima lettura (1Re 19,9.11-13), Elia si rifugia in una caverna sul monte per salvarsi dalla regina Gezabele, che lo vuole uccidere a causa della sua fedeltà a Dio e del suo rifiuto di essere un profeta al suo servizio. Nel Vangelo (Mt 14,22-33), abbiamo Gesù che sale sul monte, in disparte, a pregare e sta lì fino a sera.
Nel racconto di Elia, si può immaginare la tempesta che aveva nel cuore: la paura per la sua vita e la delusione per non sentire più forte la presenza di Dio, per non sentirla più evidente. Vorrebbe, Elia, che Dio gli si rendesse manifesto come una tempesta, un vento impetuoso, un terremoto, un fuoco. Vorrebbe che la sua presenza avesse una forza schiacciante. Vorrebbe, Elia, un’evidenza che non potrebbe essere messa in discussione.
Nel Vangelo, la tempesta c’è veramente, sul lago, e la barca dei discepoli è sul punto di affondare. Anche loro desiderano la salvezza e intravedono Gesù in mezzo alla tempesta e comprendono che raggiungerlo sarà la salvezza che cercano. Anche loro, come Elia, desidererebbero un modo semplice per uscire dalla tempesta, un miracolo eclatante.
Né a Elia né ai discepoli è offerta la soluzione che immaginano.
Elia deve imparare a trovare la presenza di Dio in una brezza leggera, in un respiro; deve tendere gli orecchi per scoprire Dio nel suo respiro. Deve rendersi conto che, se respira con Dio, sarà più forte della regina che lo vuole uccidere e che Dio è forte non perché distrugge, incendia, scende in guerra contro la regina, ma perché è un respiro. Il respiro di Dio dà vita, fa vivere. Anche oggi alcuni chiamano Dio dalla loro parte per distruggere, incendiare, eliminare popoli, economie, libertà. Dio non è così. Anche noi, qualche volta, diventiamo giustizieri, seminiamo giudizi e disprezzo verso i nostri fratelli e magari ci sentiamo benedetti da Dio.
I discepoli e Pietro, sulla barca, vedono Gesù nella tempesta e quasi lo provocano. Pietro dice: «Se sei veramente tu, fammi camminare sulle acque». Quante volte anche noi provochiamo il Signore quando gli poniamo delle condizioni per credere in lui. Anche Pietro ha un’immagine di Dio che non è quella che Gesù vuole rivelare; anche lui cerca cose straordinarie. Anche lui, come noi, quando si trova nella tempesta, per qualunque motivo, vorrebbe che immediatamente tutto si calmasse, vorrebbe un miracolo.
Come a Elia e a Pietro, anche a noi è chiesto di contribuire al miracolo della presenza.
È l’ascolto attento che ti fa percepire il respiro di Dio nella tua vita, ma devi uscire dalla caverna dalla quale pensi di controllare tutto e che ti dà sicurezza. Anche Pietro vive in una caverna.
Le caverne stancano, alla fine soffocano. In una caverna, ti dimentichi del mondo, ti dimentichi degli altri. In una caverna, sei vivo solo tu e ti comporti come se non ci fossero altri attorno a te. In una caverna, immagini che solo tu capisca, solo tu sia buono, solo tu conosca, e così diventi ridicolo, falso e incapace di regalare la vita. In una caverna la condizione per sopravvivere è che non ci sia nessuno fuori di te. Non vi sembra che ci sia sempre più gente che vive chiusa e che non respira più? Con la testa nella caverna affondi, come affonda Pietro.
La rinuncia delle generazioni anagraficamente adulte a insegnare ai loro figli a riconoscere il respiro di Dio, a respirare, a riconoscere il respiro degli altri, è il segno di chi vive in una caverna.
Che cosa trova un ragazzo che si affaccia alla vita? Si lamentavano, qualche mese fa, di non sapere più che cosa fosse il rispetto e chiedevano che venisse loro insegnato. Ci sembra che i comportamenti internazionali e nazionali, le relazioni fra noi, siano una scuola di rispetto? Anche nelle nostre case si sente dire: «Non voglio niente, vorrei essere solo rispettato». Vorrei dire ai più giovani che il rispetto è virtù di chi respira all’aria aperta e non di chi vive in una caverna. Vorrei dire che, senza l’aiuto e la spinta di Dio, nessuno esce dalla caverna.
Il paradosso contemporaneo, che vede da una parte un magnifico progresso della tecnica e dall’altra una rapida regressione antropologica, non sarà risolto se non usciamo dalla caverna dell’individualismo e dell’irresponsabilità, se non scegliamo la relazione, la comunità.
Come facciamo? Devi uscire e respirare, devi guardare, devi sentire il respiro di Dio. Devi uscire e affidarti alla Parola, più grande di te, che ti dice che ce la puoi fare. Vorrei dire a tanti di questi uomini della caverna: «Esci, credi, respira. Ce la puoi fare».
Maria, tu che sei uscita dalla caverna profonda della tua condizione e di quella del tuo popolo e che lo hai fatto appena hai sentito, nelle parole dell’angelo, il respiro di Dio, insegnaci il modo. Che il nostro volerti bene sia venire a scuola da te.


