Il ritardo di Dio e la logica dell’amore
(meditazione su Gv 11,1-45)
L’inizio dell’episodio è quasi spiazzante. Gesù riceve la notizia che l’amico Lazzaro è malato, ma invece di correre, si ferma altri due giorni: “Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase due giorni nel luogo dove si trovava”. Sembra un paradosso: l’amore di Gesù non si traduce in un intervento immediato che evita la sofferenza. Questo ci dice che il tempo di Dio non coincide con la nostra urgenza. Il “ritardo” di Gesù non è indifferenza, ma lo spazio necessario affinché la fede passi dal desiderio di una “guarigione” (evitare la morte) alla “risurrezione” (vincere la morte).
Le due sorelle accolgono Gesù con la stessa frase, carica di rammarico: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Marta è la donna del dialogo dottrinale. Ragiona sulla risurrezione dell’ultimo giorno come su un concetto astratto. Gesù la sfida a spostare l’attenzione dall’evento alla persona: “Io sono la risurrezione e la vita”. Non è qualcosa che accadrà, è qualcuno che è lì davanti a lei. Maria è la donna del pianto e del corpo. Si getta ai piedi di Gesù. Davanti al suo dolore, Gesù non fa una predica, ma si commuove profondamente.
Il versetto 35 è il più breve e forse il più denso del Vangelo: “Gesù scoppiò in pianto”. In quel pianto c’è tutta la solidarietà di Dio con la condizione umana. Gesù sa che sta per richiamare Lazzaro alla vita, eppure piange. Questo ci autorizza a vivere il nostro dolore: la fede non è un’anestesia che impedisce di soffrire per la perdita di chi amiamo, ma è la forza di piangere con Dio.
Al sepolcro, Gesù compie tre gesti simbolici fondamentali:
– togliere la pietra: chiede l’intervento umano. Dobbiamo rimuovere gli ostacoli (la rassegnazione, il cinismo) che chiudono il cuore;
– il grido: “Lazzaro, vieni fuori!”. È la parola creatrice che richiama dal nulla;
– sciogliere le bende: “Liberatelo e lasciatelo andare”. Lazzaro esce vivo, ma è ancora avvolto nelle bende della morte. Gesù affida alla comunità il compito di aiutare chi è “risorto” a liberarsi dai segni del passato e dalla paura.
Lazzaro non è un “immortale”: dovrà morire di nuovo. Il miracolo è un segno che punta altrove. Ci dice che la morte non è l’ultima parola e che la vita vera non consiste nel non morire mai, ma nel vivere in relazione con colui che è la vita.
Franca e Vincenzo Testa,
Eremo di famiglia
«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!».
Rispose Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno»
(Gv 11,1-45).
