Pubblichiamo l’articolo uscito domenica 21 dicembre nella pagina diocesana dell’inserto domenica Lazio Sette di Avvenire a firma dell’arcivescovo Luigi Vari
e il videomessaggio per il Natale 2025
Il Natale, festa della gioia
Mi è capitato nella mattina della terza domenica di Avvento – quella che si chiama la domenica della gioia – di trovarmi a spiegare perché bisognava essere gioiosi, a raccontare del Natale vicino, del grande dono che Dio ci ha fatto diventando nostro fratello e altro ancora. Non ho idea se un frammento di questo invito alla gioia abbia fatto breccia nel cuore di quelli che ascoltavano, per lo più bambini. Quello che penso, però, è che sia proprio strano spiegare la gioia. Se bisogna farlo significa che qualcosa non è andato per il verso giusto e dover spiegare a qualcuno che deve essere contento anche se non lo è non è tanto normale. La gioia è fatta di poche cose essenziali.
C’è l’attesa, condita di tanti piccoli momenti: intimi, pieni di preparazioni, di riti, di atmosfere, di calore. Ognuno di noi può dire di associare al Natale un odore, una sensazione. Ognuno di noi può raccontare che si sente nell’aria qualcosa di diverso e di straordinario. A Natale sembra brutto non salutare nessuno, lasciare solo qualcuno, non fare nemmeno una chiamata. Senza attesa non c’è gioia.
Ora la dilatazione commerciale delle feste, che durano da ottobre a febbraio, ha tolto l’attesa che la Chiesa custodisce con tempi precisi: l’Avvento e i giorni della Novena, che scandiscono il tempo dell’attesa fino ad arrivare all’ultima sera, quando si canta: domani! Che tristezza quando nella nostra vita non c’è la trepidazione di una sera che annuncia un domani. Un domani presente in Gesù, fratello, Principe della Pace, che ci rende capaci di rendere concrete parole come amore, amicizia, solidarietà, aiuto e pace.
Poi, sempre in quella celebrazione, i bambini – ma non solo – avevano portato in chiesa i bambinelli da mettere nel presepe perché fossero benedetti. Li hanno stretti fra le mani e hanno alzato le braccia mostrando i loro piccoli Gesù. Per benedirli abbiamo cantato Tu scendi dalle stelle e, in quel momento, è entrata la gioia. È stato un attimo, quello passato fra il parlare di gioia e l’essere nella gioia.
Gli occhi delle persone, i loro sorrisi, le mani alzate: tutto diceva che il motivo della gioia era proprio quello, che Dio si era fatto uomo ed era nato come tutti, tanto uguale a noi da sentirlo fratello.
Immagino poi che subito dopo tutti siano stati di nuovo immersi nelle musiche di Natale, quelle dei supermercati, assaltati dalla mania un po’ ridicola di non parlare di Gesù a Natale, strapazzati dai film sempre uguali che raccontano la vita come una favola.
La gioia non nasce dalle favole. Esse, però, ci insegnano che è brutto doversi inventare un mondo parallelo per farci entrare il bene, la pace e la gioia. È da disperati inventarsi un Natale parallelo. Aspettare Babbo Natale è, alla fine, aspettare qualcuno che si prenda cura di te in un mondo dove nessuno lo fa. Ho paura che Babbo Natale serva più ai grandi che ai bambini.
Quell’istante di Natale vissuto con quei bambini insegna che Dio si è fatto uomo per farci amare il mondo in cui viviamo e le persone che ci sono accanto, così come sono. I primi destinatari dell’annuncio della sua nascita sono persone che non avevano tempo per le favole, ma che si sono subito messi alla ricerca di qualcuno che era nato e che si rivolgeva a loro, contando sulla loro buona volontà. Convinti dalla novità che qualcuno fosse andato a cercarli nelle loro capanne e a visitarli nel loro sonno, per invitarli ad andare a vedere, come si fa con le persone che si amano e che contano: quelle alle quali le notizie si comunicano per prime e alle quali vanno date di persona.
Che novità essere trattati come persone amate e importanti, senza essere costretti a entrare in una favola dove le pecore smettono di avere l’odore di pecore, le capanne diventano castelli e si deve dire che i poveri pastori, costretti alla macchia, alla fine sono principi puniti da una strega.
Quei bambini che alzavano al cielo i piccoli Gesù Bambino mentre cantavano Tu scendi dalle stelle mostravano di comprendere che la gioia la costruisci nel mondo di tutti i giorni e non la compri nei centri commerciali.
Meno male – qualcuno di loro avrà pensato – che oggi mamma mi ha portato qui e non a sentire quelle musiche, magari in braccio a Babbo Natale.
Luigi Vari,
arcivescovo
Clicca qui per il videomessaggio di Natale 2025 dell’arcivescovo Luigi Vari


