«Ecco la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli» (Is 60,2). Non è difficile per noi applicare al tempo che viviamo questa descrizione del profeta Isaia che rivolgendosi al popolo sfiduciato analizza la situazione internazionale del tempo e la descrive con queste due immagini potenti: notte e nebbia. Notte e nebbia dicono più di molte parole la sfiducia perché ti fanno toccare con mano l’impossibilità di orientarsi, di camminare, di individuare una meta. Ormai di questo disorientamento sentiamo parlare d molti anni e sembra che aumenti in proporzione alla violenza, alla prepotenza, alla mancanza di regole non solo a livello internazionale, ma anche nelle relazioni fra le persone.
La cronaca è sempre più affollata di episodi di follia, l’ultimo riguarda anche noi, la nostra comunità. Veramente di resta come bloccati davanti al fatto che una ragazza possa essere uccisa e soprattutto ha il sapore del buio la domanda che qualcuno fa: perché? Come se ci fosse un possibile perché alla soppressione di una vita. Proprio questi tantissimi senza perché hanno il sapore della nebbia.
Il Profeta, però non si accontenta di una analisi, ma indica una luce. I Magi (cfr. Mt 2,1-12) sono un promemoria che chiede di non fermarsi, che domanda di camminare perché si mettono a camminare, e loro sono il segno di ogni persona che non accetta di essere bloccata, seguendo la luce di una stella. Camminano di notte e, visto che la loro guida è una luce, non potrebbe essere altrimenti. Vedono una luce e camminano. Chissà quanti osservatori dei cieli avranno visto quella stella, ma sono restati nei loro posto di osservazione senza decidere di fare un viaggio perché non basta una stella per mettersi in viaggio.
Anche noi pensiamo che per camminare occorre avere certezze solide, sicurezze garantite e così restiamo fermi nella notte. Se per fare una carezza, per soccorrere un povero, per dire una parola di riconciliazione, per dire una parola di coraggio devo avere la certezza che quella carezza o quell’aiuto o quella parola faranno bene sicuramente e non mi basta il sorriso, il grazie, una lacrima, allora non lo farò. Se per perdonare devo avere la certezza che l’altro non sbaglierà più o non mi offenderà più e non mi accontento del sentimento di gratitudine che prova una persona se si sente stimata, capace di cambiare, allora non perdonerò mai nessuno.
Per camminare bisogna imparare l’arte di accontentarsi. Così, se per credere in Gesù figlio di Dio ho bisogna che Lui si riveli in tutta la sua potenza e la sua gloria, allora non camminerò mai affidandomi alla sua Parola e al dono dello Spirito. Se come i Magi mi accontento di una luce che interrompe la notte e di trovare alla fine del viaggio un presepe, allora cammino e certamente arriverò a guardare Dio faccia a faccia. Intanto, però lo riconosco, lo adoro, lo vedo nella povertà e nella semplicità di un presepe.
Oggi festeggiamo questo: che tutti possono vedere e capire il presepe. Tutti quelli che si sanno accontentare di un po’ di amore, di calore, di comprensione, di un pezzo di pane, di un bicchiere d’acqua e sanno dare lo stesso agli altri riconoscendo in ognuno la presenza di Cristo; tutti questi sono i Magi che il Vangelo chiama benedetti (cfr. Mt 25,31-46). Benedetti tutti quelli che trovano Dio dove sta e non dove loro vorrebbero che fosse.
Se guardando il presepe ci viene da chiedersi chi siamo noi, potremmo provare a dire che noi siamo i Magi, gli ultimi arrivati, gli unici che si sono mossi, gli unici che si fidano di camminare alla luce di una stella.

