Carissimi fratelli nel sacerdozio e carissimi sorelle e fratelli tutti,
ancora una volta siamo qui riuniti per l’appuntamento più solenne dell’anno, ricco di segni orientati a farci fare memoria della nostra consacrazione, comune a tutti per il sacramento del Battesimo quando tutti siamo stati segnati con l’olio dei catecumeni e con il santo crisma. Per tutti coloro che hanno concluso l’Iniziazione cristiana, si è poi ripetuta la consacrazione con l’olio del crisma, sigillo dello Spirito Santo. «Mettimi come sigillo nel tuo cuore e sulle tue labbra», chiede lo sposo del Cantico alla sua amata (cfr. Ct 8,6): per dire che questa consacrazione ha come modello quella dell’amore Dio e noi, un amore fedele, un sigillo.
Noi sacerdoti, poi, siamo stati ancora unti con il crisma nel giorno dell’ordinazione sacerdotale: una consacrazione che ci ha trasformati ancora di più a immagine di Cristo e che testimoniamo vivendo. Tutto questo, insieme alle parole del profeta Isaia (61,1-3.6.8-9) e a quelle di Gesù nel Vangelo (Lc 4,16-21) che abbiamo letto e che le riprende, crea un’atmosfera di gioia e di amore che ci appartiene e che non dobbiamo mai perdere. La consacrazione non si perde, ma dobbiamo fare attenzione a conservare la consapevolezza di essere unti.
Guardiamo Gesù nella sinagoga, che deve affrontare un pubblico non disposto ad ascoltarlo. Era certo consapevole del momento, che è poi raccontato come inaugurale della sua missione, forse anche preoccupato, ma non appare agitato. È il profeta consapevole che Colui che può, se lo vuole, metterà le parole giuste sulla sua bocca. Lo possiamo immaginare mentre legge le parole del profeta Isaia, non come un guerriero che dichiara battaglia, ma come uno che è, come Lui stesso dirà di sé, «mite e umile di cuore» (cfr. Mt 11,29). Uno che non perde di vista il senso della sua missione nonostante rifiuti e ostacoli in nessun momento.
San Giovanni XXIII confidava che, appena eletto, dopo la benedizione alla folla che non vedeva a causa delle luci delle telecamere, rientrando si diceva: «Sii mite e umile di cuore. Tu ora avrai ogni tipo di luce su di te; se non sei mite e umile di cuore, tu non saprai più che cosa accade, non vedrai più la realtà: sarai cieco». Un invito che dobbiamo ripetere a noi stessi poiché il tempo che viviamo ci abbaglia con i crescenti fenomeni di violenza e di guerra, ma anche con innumerevoli episodi e storie, che possiamo definire private che, pure non ci fanno vedere con chiarezza quanto non ci accecano. Anche la cultura che viviamo tanto centrata sull’io, tanto segnata dall’autoreferenzalità ci abbaglia.
Mitezza e umiltà di cuore ci fanno pensare, in questo ottavo centenario della sua morte, a san Francesco come a uno che ha imitato Cristo e ci aiuta a farlo. Chi ha visto meglio di Lui vie che ancora oggi ci sono difficili da percorrere?
La mitezza permette di vedere perché ci impedisce di rendere assolute le cose relative e di incartarci in ragionamenti e discussioni che fanno perdere il dono della pace. La mitezza non è una benevolenza e gentilezza di carattere, nemmeno un rifiuto a contrariare gli altri. È la forza del dialogo con gli altri, è l’attenzione alla loro verità, è la consapevolezza che lo Spirito respira in tutti. In questo momento in cui la Chiesa desidera dialogare con il mondo è essenziale. È mettere in pratica la consapevolezza che ognuno ha qualcosa da dirci: ognuno dei nostri fratelli che viene da noi anche se ci sembra che lo faccia da distanze infinite.
La mitezza delle parole di Gesù, che promettono guarigione, lieto annuncio, liberazione e libertà, non è semplice da cogliere, tanto che scandalizza coloro che lo stanno ascoltando e anche i discepoli che sognavano battaglie e trionfi. Senza questa stessa mitezza siamo ciechi perché incapaci di cogliere l’essenza dell’altro e anche di manifestare la nostra. Essere miti, cioè voler bene ai fratelli, diventando amabili noi stessi. Noi spesso abbiamo timore che le persone si attacchino a noi, ma non dovremmo aver paura se, attraverso la nostra amabilità, possono scoprire Dio. Siamo il lembo del mantello che molti, non osando toccare direttamente Cristo, toccano con una fede grande. È la nostra fede che i fratelli devono amare, la nostra speranza, la nostra gioia: è l’odore della consacrazione che devono respirare.
«Venite a scuola da me», dice Gesù. Se lo facciamo, ci sentiremo a disagio per molte ore imbronciate, per somigliare a volte — scrive un autore — a certe facciate severe di qualche istituto religioso, se non di un riformatorio. Amabili perché ci vogliamo bene, perché ci raduna la carità di Cristo; e chi è lontano, entrando in questa carità che proviamo a vivere fra noi, entra nella carità di Cristo.
Gesù parla nella sinagoga, annuncia la sua missione, che immediatamente si mostrerà difficile e precaria. È nell’accogliere questa precarietà che Lui ci dà l’esempio della mitezza e dell’umiltà. La precarietà delle nostre azioni, della nostra testimonianza, se dimentichiamo la preghiera della mitezza e dell’umiltà, ci scoraggia mentre se siamo miti e umili di cuore la precarietà diventa lo spazio di Dio nella nostra vita.
Sappiamo come, nel cammino per le strade della Palestina, Gesù si trovi spesso a discutere con quelli che non accettano la precarietà della fede e della dottrina, sanno tutto e si credono migliori degli altri: li chiama guide cieche. E nell’episodio della guarigione del cieco a Gerico, il Vangelo (cfr. Lc 18,35-43) racconta che le persone che camminavano davanti a Gesù impedivano al cieco di avvicinarsi a Lui, finché Gesù non se ne accorge, lo chiama e lo guarisce.
La mitezza del Messia, la nostra di consacrati che lo imitano, si traduce nell’essere amici degli uomini e di Dio. Si realizza nell’essere guide che vedono e che permettono agli altri di incontrare Gesù che ridona la vista. Un’amicizia gioiosa. Dom Hélder Câmara scrive: «Io ho fatto con Dio un patto di gioia. Lo rinnovo quattro volte l’anno: la terza domenica di Avvento, la quarta domenica di Quaresima, il 15 agosto e il giorno della festa di san Francesco. Io lo rispetto perché Dio mi ha fatto due grazie: io non so che cosa sia la routine e non provo quasi mai l’amarezza».
Quante cose dobbiamo sempre scoprire della nostra vocazione di cristiani e di sacerdoti. Mi ricorda la frase di Francesco che nonostante la malattia e la vita già spesa nel servizio di Dio, dice ai suoi frati: «Cominciamo, fratelli, a servire il Signore, perché finora abbiamo fatto poco o nulla». Le parole di Francesco non hanno l’effetto di creare in noi un senso di inadeguatezza e di colpa, ma fanno sentire il calore della gioia.
Un benvenuto caloroso a don Gianluigi Velletri, ordinato sacerdote il giorno 11 ottobre, e una preghiera per don Francesco Fiorillo che quest’anno festeggia venticinque anni di presbiterato: il suo sacerdozio continui a sostenere, come già accade, tanti fratelli e sorelle.

