L’evangelista Giovanni contempla la vita di Gesù, conosce ogni istante della vita del Maestro anche gli istanti e i momenti difficili del tradimento e della croce e la comincia a raccontare, ma non lo fa con i toni di una storia severa e nemmeno con quelli di una fiaba. Comincia a raccontare e usa il linguaggio della poesia. Poesia significa creazione, il linguaggio della poesia è capace di illuminare di significato tutte le pagine della vita perché è il linguaggio che non permette mai di perdere il filo delle cose, il loro senso. E la parola che Giovanni scopre, che gli è dettata da Dio è questa, Gesù. Gesù parola concreta, Dio concreto, speranza concreta.
Quante parole non diciamo più perché non ne siamo capaci, perché richiedono concretezza, e senza concretezza suonano false. Ci mancano le forze per dire parole concrete.
Diciamo pace, ma quasi ci vergogniamo perché concretamente non si fa niente, anzi dopo millenni di storia ancora siamo come gli imperatori romani che non vedevano strade per la pace se non la guerra e la violenza e la sopraffazione. Ci mancano le forze per dire pace, cioè l’intelligenza, la fantasia, il rischio, il coraggio, la consapevolezza del dolore delle persone che della mancanza della pace sono vittime. Ci manca, a volte, più banalmente, la generosità per mettere in discussione la ricchezza che deriva dal commercio delle armi. Ci rendiamo conto che c’è urgente bisogno non della moltiplicazione della parola pace, ma di uomini di pace, e misuriamo noi stessi su questo se siamo concretamente nelle nostre relazioni, se siamo pace. Un salmo descrive l’«uomo di pace» come uno che guarda da un punto alto una città, riesce a vedere bene le strade, le case e si suoi abitanti e per ognuno implora la pace che è la figlia della giustizia e del diritto. Proprio quello che si calpesta più facilmente. Non preoccupa che ci sia chi fa quello che vuole per i propri fini, preoccupa che siano sempre meno quelli che immaginano di fare resistenza con le armi del diritto e della giustizia.
Di tante altre parole potremmo riflettere. Oggi si parla molto di solitudine, ci si rende conto che la risposta alla solitudine non è una parola a essa opposta, ma qualcuno che concretamente si metta vicino, che faccia compagnia, che rompa l’isolamento.
Fra le parole che non diciamo più tanto io ci metterei anche vita. Proprio incontrando alcuni ragazzi che hanno perduto un compagno perché si è suicidato, ho percepito come anche questa parola sia difficile da capire. Come non serva la teoria della vita, ma serva la vita concreta e quella ha bisogno di gente che concretamente la viva insieme e che mostri la strada.
Una poesia che non ha niente di estraniante, ma dice che Dio per stare nella nostra storia è diventato: pace concreta, amico concreto, fratello che puoi guardare, accarezzare, abbracciare. È diventato Gesù che puoi ascoltare, seguire, vedere.
Dice Giovanni (1,1-18) che questa Parola concreta è la chiave della creazione che niente si realizza e si comprende senza di essa, che è la luce, che è il motore, quello che in un’altra poesia Dante definisce: l’amore che tutto move.
È terribile vivere senza parole concrete, senza poter dare concretezza alle parole. È una illusione che misuriamo come tale che denunciamo quando parliamo della nostra nazione come avara di futuro, di vita, di prospettiva.
A me fa pensare come ci sia tutta questo accanimento a svuotare di concretezza le parole, a togliere il senso delle cose. Noi saremo ricordati come quelli che hanno svuotato il Natale di Gesù, comunque un personaggio della storia, per sostituirlo con Babbo Natale, quello della Coca Cola.
Dipende pure da noi, però. Se non riusciamo a dire parole concrete, almeno rifiutiamoci di dire parole che non hanno senso.

