Ci sono pagine di Vangelo che devono essere solo guardate e contemplate, che si sciupano a spiegarle. Una è quella che leggiamo la notte di Natale (Lc 2,1-14) che inizia citando la storia dei grandi, dei protagonisti: Cesare Augusto e Quirinio, rispettivamente imperatore e governatore, ma subito ci mostra la vita della gente che per le loro scelte devono mettersi in cammino. Fra loro Giuseppe e Maria che fanno parte dei tutti che devono salire a Betlemme.
La storia di tutti, la vita di tutti ospita quello che questa pagina lentamente mette a fuoco aiutandoci a comprendere come sia veramente un evento che riguarda tuti, nessuno escluso. Riguarda Giuseppe e riguarda Maria, che anch’essa deve mettersi in viaggio senza riguardo per la sua gravidanza. La storia di tutti non conosce differenze, nemmeno quelle dettare dal buon senso e dall’umanità. Per questo è una storia dura, difficile che crea anche il senso dell’ingiustizia e dell’emarginazione come è il caso di quei pastori che pernottano all’aperto vegliando tutta la notte facendo la guardia al gregge. Forse, oggi, potremmo identificarli con tanti che si arrangiano nella vita, che vivono ai margini, quelli che in una certa letteratura si chiamavano gli invisibili.
Una scena da guardare e che fa da specchio a tante pagine della nostra vita e della nostra società. I pastori che dormono all’aperto nelle ragioni della Giudea non possono non farci pensare alle persone che sono sotto le tende a causa della guerra e delle alluvioni. La sensazione di freddo del campo all’aperto dei pastori non può non farci pensare a quanti hanno le case bombardate.
In questa contemplazione andiamo a cercare un punto dove posare l’occhio e il cuore, un motivo di speranza da dove far nascere la gioia, e lo troviamo contemplando Maria che dà alla luce un figlio, lo avvolge in fasce e lo depone in una culla improvvisata, una mangiatoia perché la povera gente sembra che non abbia mai un posto dove stare. E da quel momento tutti diventano protagonisti perché a loro viene annunciato che quel bambino avvolto in fasce è una gioia che li riguarda. Prima di tutto ai pastori è annunciato che si trovano a essere come i primi a saperlo, come accade se si è parenti prossimi, come accade se si è amici cari, come accade a chi deve saperlo perché è una persona cha conta.
Non si avvisano i potenti perché loro non sono tutti, mai lo vorrebbero essere, mai accetterebbero di confondersi. Sono talmente orgogliosi della loro famiglia, del loro lignaggio, della loro cerchia che considererebbero un’offesa essere tutti.
Gesù, però, è per tutti e a chi lo accoglie dice di essere famiglia di Dio, parente di Dio. È per questo che questa notte è una notte santa perché si compie il miracolo per ogni persona di riconoscere la propria dignità, la propria importanza di non essere un numero, ma parente di Dio.
In una sua opera di straordinaria bellezza, Sartre fa dire a uno dei suoi personaggi, un pastore che vede che tutti corrono verso Betlemme perché vengono a sapere che lì è nato Gesù: Se veramente Dio è diventato un uomo e ha la mia carne, il mio sangue non mi basterebbe la vita per ringraziarlo e tutta la vita la vivrei solo per dire e mostrare il mio ringraziamento.
Per dire questo, bisogna essere umili, semplici, capaci di misurare i propri limiti, sapere di essere persone che vivono nella precarietà e meravigliarsi di essere, invece, famiglia di Dio.

