Tra stupore e gratitudine

L’intervista a don Gianluigi Valente in occasione del venticinquesimo anniversario dell’ordinazione presbiterale, “tra stupore e gratitudine”, come da lui affermato a conclusione dell’Eucaristia del Giubileo sacerdotale.

Don Gianluigi, giunto ai 25 anni di sacerdozio, qual è stato il momento più emozionante?

Ogni nuovo incarico ricevuto ha portato con sé la sua dose di emozioni, sempre più intense e profonde con il passare degli anni. Ma devo riconoscere che la chiamata al servizio in Santa Sede, imprevedibile – forse sarebbe meglio dire impensabile – è ad oggi il momento più emozionante del ministero. Si è aperto per me il grande scenario della Chiesa nel mondo, ove sfidata da violenze e sopraffazioni, ove sfregiata da forme differenziate di corruzione, ove indietreggiata e azzittita da una società ostile. Ma quanto incoraggiamento ricevo nel constatare l’impegno che dalla Santa Sede alle singole Chiese diocesane, viene posto per dare alla Chiesa nuova credibilità e affidabilità.

Chi era don Gianluigi 25 anni fa e chi è oggi don Gianluigi?

Ho il ricordo di una persona e di un prete senza particolare sapore, poco attrezzato di fronte alle responsabilità e alle aspettative delle persone; e nello stesso tempo con la presunzione di esserlo. Poi la vita mi è stata maestra. C’è voluto un po’ ma ad un certo punto gli occhi mi si sono aperti su alcune verità: la vita è complicata, con vicende che si intrecciano e spesso non possono essere districate, e che perciò vanno accompagnate prima ancora che risolte. Ad un temperamento tendenzialmente irruento, nonostante qualcuno sostenga il contrario, si sono uniti sentimenti di lealtà e schiettezza verso chiunque; ho imparato ad apprezzare la lungimiranza, e perciò la pazienza. Non so come, sono diventato ottimista.

Si percepisce nella società moderna una inarrestabile crisi di valori: in che modo si può tornare all’ascolto dell’anima?

Direi proprio ascoltando, soprattutto quello che non viene espresso per varie ragioni. Le parole talvolta camuffano, sono appena la scorza. I momenti cruciali della vita delle persone lasciano segni molto profondi: parlarne, pur volendolo, non è facile e non è scontato. Richiede tempo. Il tempo che si dona agli altri per corrispondere al desiderio di condividere, è un grande gesto d’amore. La sento una necessità per il ministero, perché è vitale per il prete. Mi pongo perciò delle domande sul senso del mio servizio quando questo diventa frenetico.

Qual è il rapporto che oggi il sacerdote riesce a istaurare con i fedeli?

Dalle nostre parti non è difficile per un prete inserirsi in un tessuto parrocchiale e sociale. Sono cambiate le mentalità e le componenti sociali, ma vedo delle costanti. Il sacerdote continua ad essere un riferimento. Poi, quando un sacerdote si sente veramente parte della vita della gente, viene scelto come confidente ed amico; quando si fa convinto che il Vangelo è prima di tutto per lui, capisce di che cosa hanno bisogno le comunità, abituandosi a pensarle come aperte alle complessità del mondo, con le sue disillusioni e provocazioni.

Il Papa ha avviato un cammino Sinodale “dal basso”: ritieni predomini e sia necessaria la corresponsabilità dei laici?

Il processo sinodale in corso non rappresenta assolutamente una novità per me. In diocesi è sempre spirato il vento della corresponsabilità. Ho il ricordo di tanti momenti vissuti insieme, tra sacerdoti, religiosi e laici. Vedo quanto questo sia indispensabile in questa stagione ecclesiale, che ci vede poco preparati, a mio avviso, a fare quello che serve, che è esattamente quello che la Chiesa vuole, cioè dare Vangelo. E mi sento di dire che, oltre a quella dei laici, sarebbe da invocare e curare una corresponsabilità dei sacerdoti.

Miriam Di Nardo