La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda
(meditazione su Gv 6,51-58)
C’è un momento in cui le parole di Gesù smettono di essere una rassicurante filosofia e diventano uno scandalo assoluto. Nel Vangelo di Giovanni (6, 51-58), ci troviamo esattamente su questo crinale. Di fronte a una folla che cerca risposte logiche o miracoli a buon mercato, Cristo lancia una provocazione che scuote le fondamenta della ragione: «La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda».
Non sta parlando per metafore o simboli astratti. La forza di questa espressione risiede nel realismo crudo di un nutrimento concreto, quasi un “masticare” la vita stessa di Dio per poter vivere. Gesù non chiede un’adesione intellettuale, ma un’assimilazione totale. Ci dice che la sua esistenza non è un modello da ammirare da lontano, ma una linfa da accogliere nelle nostre vene. Come il pane quotidiano entra nel nostro corpo e diventa muscolo, energia e respiro, così la sua carne si fa strada nelle nostre fatiche e il suo sangue cura le nostre emorragie di senso.
In un mondo affamato di successi effimeri e assetato di distrazioni, l’Eucaristia si rivela come l’unico nutrimento capace di saziare il vuoto profondo dell’anima, innestando l’eternità nel nostro presente. Chi mangia di questo pane non sopravvive semplicemente: vive davvero.
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Franca e Vincenzo Testa,
Eremo di famiglia
