Egli doveva risuscitare dai morti
(meditazione su Gv 20,1-9)
Era ancora buio, quel buio che non è solo assenza di luce, ma il peso di un sabato interminabile, fatto di pietre sigillate e speranze sottovuoto. Maria di Magdala cammina nel respiro sospeso di un’alba che non sa ancora di essere la più importante della storia.
Oggi, in un mondo che sembra spesso un Venerdì Santo infinito — tra frammenti di cronaca che parlano di muri, schermi che riflettono solitudini digitali e orizzonti che paiono chiusi come quel sepolcro — il Vangelo di Giovanni (20,1-9) ci scaraventa dentro una corsa. Non è una fuga, è un inseguimento.
La corsa e lo sguardo
Pietro e l’altro discepolo corrono. È una corsa che assomiglia alla nostra sete di risposte in un’epoca di incertezze globali. Arrivano al vuoto. Ma è un vuoto che non fa paura, perché è abitato da un dettaglio che ferma il tempo: “Si chinò e vide i teli posati là”.
In quel gesto del chinarsi c’è tutta la postura del credente e del sognatore. Bisogna abbassare la cresta dell’orgoglio, smettere di guardare il mondo dall’alto in basso con il cinismo di chi “ha già visto tutto”, e chinarsi sul particolare.
Quei teli: l’attualità di un’assenza
I teli sono lì, “posati”. Non sono stati strappati via in una fuga disordinata, né rubati da mani umane. Sono sgonfi, come una crisalide abbandonata.
I teli della nostra rassegnazione: Spesso ci sentiamo avvolti da bende che ci bloccano: l’ansia per il futuro, l’apatia dei sentimenti, la paura dell’altro.
La libertà del Risorto: Gesù non ha “rotto” le bende; le ha attraversate. La Risurrezione non è un ritorno alla vita di prima, ma l’esplosione di una vita nuova che non accetta più i confini della materia e del dolore.
Vide e credette
Mentre i titoli dei giornali ci dicono che la morte ha sempre l’ultima parola e che il “buio” vincerà sempre, il discepolo amato ci insegna un altro modo di vedere. Lui non vede il corpo, vede l’ordine dei teli. Vede l’assenza e ne legge la presenza.
È un invito a sognare con gli occhi aperti: credere che dietro i “sepolcri” delle crisi attuali, dei conflitti e delle ferite della terra, ci sia una forza silenziosa che ha già sciolto i nodi. La Risurrezione è quel “posati là”: il segno che il male è stato sfilato via come un abito vecchio, lasciato a terra perché non serve più.
Siamo chiamati a essere “corridori dell’alba”, capaci di chinarsi sulle piaghe del presente per scorgervi non la fine, ma l’inizio di una luce che, una volta accesa, non conosce più tramonto. Il sepolcro è vuoto perché il mondo intero possa essere riempito.
Franca e Vincenzo Testa,
Eremo di famiglia
