Comandami di venire verso di te sulle acque
(meditazione su Mt 14,22-33)
Sotto un cielo scuro e sfilacciato di vento, la notte sul lago di Tiberiade svela un passaggio incantato: una figura cammina sulle acque come se il caos fosse solo un tappeto d’aria e luce. Gesù non spegne la tempesta, la attraversa, trasformando la furia delle onde in un santuario di calma imprevista.
Pietro, sospeso tra il terrore e un’ispirazione quasi folle, avverte il battito profondo di una chiamata che non ammette ritardi. «Comandami di venire verso di te» non è solo una richiesta, è il desiderio audace di toccare l’impossibile, la fame di un incontro che non si accontenta di guardare la grazia da lontano, protetti dai bordi sicuri della barca.
C’è un’urgenza sottile ma impellente in quel primo passo fuori dal legno assestato: la necessità improvvisa di dare corpo alla fede, di sottrarla all’astrazione delle parole per trascinarla dentro il peso specifico della materia, della pelle, della paura. Credere, in quell’istante sognante e terribile, significa rischiare il contatto col vuoto, permettere all’invisibile di farsi superficie solida sotto i piedi nudi. E anche quando il vento torna a soffiare forte e il dubbio fa affondare l’ardimento, la caduta non è la fine, ma il punto esatto in cui la carne incontra una mano tesa. La fede prende corpo proprio lì, nell’abbandono di chi sa di poter affogare, ma sceglie di afferrare l’invisibile e lasciarsi sollevare verso l’alba.
Franca e Vincenzo Testa,
Eremo di famiglia

